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Nero Sanremo Print
di Filippo Ferrari   
Venerdì, quattro giorni all'inizio del Festival
ore 20.22

Tornando a casa dopo una riunione con gli altri autori, trovo un cellulare Samsung SGH-E900 e un biglietto nella cassetta delle lettere. Il biglietto dice: "Alle nove". Resto fermo perplesso davanti alle targhette con i nomi, mi guardo intorno e infilo tutto in tasca. Strana situazione.
Appena chiusa la porta del mio appartamento sintonizzo il 32" Hannspree su MTV togliendo il volume, stappo una Menabrea riserva e mi siedo sul divano con il telefono in mano. Lo rigiro, lo smonto, lo rimonto e alla fine decido di accenderlo. Vediamo cosa succede. Nell'attesa mi sdraio e mi addormento sognando un cielo di metallo da cui pendono lunghe corde di canapa. Alle nove in punto vengo svegliato dallo squillo del Samsung. Il sogno mi ha lasciato la sensazione di un grumo incagliato nello sterno, la testa ronza come dopo un concerto degli Slayer. Lascio trillare la suoneria a lungo. 24000 baci? Sul display leggo "Numero sconosciuto". Rispondo e avvicino il telefono all'orecchio.
"Vai in bagno."
"Chi parla?"
"Vai in bagno e apri tutti i rubinetti. (Pausa.) Parla solo allora. Ti controlla. Lui controlla tutti."
Che stronzata. Appendo.
Il telefono riprende a squillare.
"Vai in bagno e non appendermi mai più il telefono in faccia."
La voce mi suona curiosamente familiare. E va bene, sentiamo. Quando sono in bagno circondato dal frastuono dell'acqua domando ancora: "Chi sei?"
"Sono il primo dei rocker."
Ci penso un attimo.
"Elvis."
"Elvis è morto."
"Elvis non è morto."
"Non sono Elvis. Sono il primo dei rocker, il seme del rap, il figlio della foca."
"Niente meno. Cos'è, uno scherzo?"
"Se fosse uno scherzo ti avrei detto che sono Bruno Lauzi."
"Va bene, abbiamo riso. Adesso riattacco."
"Ci serve il tuo aiuto."
"Interessante. E perché mai dovrei aiutare qualcuno che mi chiama su un cellulare lasciato nella cassetta della posta e che si spaccia per Joan Lui in persona?"
"Perché noi sappiamo chi ha ucciso tua sorella."
Mi cedono le ginocchia e mi lascio cadere sul coperchio della tazza.
"Non sai di cosa cazzo stai parlando."
Dall'altra parte la comunicazione viene interrotta. Vaffanculo. Lascia stare i morti. Vaffanculo. Sto per tornare in soggiorno con il sangue che pulsa nelle orecchie quando il telefono torna a squillare.
"Perdonami, devo essere sicuro che la telefonata non sia intercettata."
"Senti, maniaco di merda."
"Lo so, fa l'effetto di uno choc. Ma è vitale che tu conosca la verità."
"Chiamami ancora e ti vengo a cercare di persona."
"Se preferisci così, questa cosa finisce qui e adesso. Se invece dentro di te esiste anche solo il minimo dubbio che non ti abbiano detto tutto sulla sua morte, allora domani sera, a mezzanotte sai, esci di casa e vai al tabaccaio dietro l'angolo. Passerà a prenderti una BMW nera. (Pausa.) Ti porterà da me e ti spiegherò tutto. Ciao ragazzo, ciao."
Clic.
Chiudo i rubinetti e mi lascio sprofondare nei ricordi. È un'immersione dolorosa.

Sabato notte, tre giorni prima del Festival
ore 1.12

Quando la BMW nera si arresta, l'autista mi slega la benda dagli occhi e mi scorta lungo un vialetto illuminato da fari bianchi fino all'ingresso di una villa in stile lombardo-hollywoodiano. Intorno vedo solo un giardino buio, chiuso da una siepe alta tre metri e da un cancello in ferro. L'aria è nera e bagnata. Sotto l'atrio attende un maggiordomo in livrea, che mi guida attraverso una processione di sale fino a una porta a doppio battente. Il maggiordomo bussa con due colpi di nocca, apre la porta, mi invita a oltrepassarla con un braccio disteso e richiude i battenti alle mie spalle con un clangore sordo. La stanza è illuminata a giorno. La parete di fondo è tappezzata di vinili d'annata, pezzi da collezione, copie introvabili: il 33 giri Peppermint Twist della Jolly anno 1962, il 45 Nikita rock/Blue jeans rock della Jolly anno 1960, il primo 45 del Clan Il tangaccio/Grazie, prego, scusi anno 1963. E decine di altri. Conosco persone che morirebbero felici in cambio di un'ora di contemplazione della parete.
Quello seduto su una poltrona è il Molleggiato in persona. Mi guarda, poi fissa gli occhi nello spazio sul pavimento in mezzo a noi. Con la mano si massaggia il mento.
"Vedi..." dice.
Silenzio.
"La situazione non è buona."
Silenzio.
"Noi lottiamo contro il male. (Pausa.) Il male è Pippo Baudo."
"Onorato di conoscerti. Prima della telefonata di ieri eri uno dei miei tre o quattro miti viventi. Ma, voglio dire, mi hai fatto venire qui per questa stronzata?"
Il Molleggiato si alza, inclina la testa di lato, alza un sopracciglio, appoggia una mano alla vita mentre con l'altra si stropiccia il labbro superiore.
"Baudo guida un governo ombra nel mondo della musica. Ha una struttura segreta perfettamente organizzata, un'intelligence e una milizia personale. Ha conquistato un potere quasi assoluto. Comanda le case discografiche, stabilisce chi canta e chi viene dimenticato. (Pausa.) Chi vive e chi muore. (Pausa.)"
"Conosco Pippo Baudo, lavoro con lui da quasi un anno. A volte è strano e magari anche megalomane, ma non è il boss della camorra canora."
"No, tu non lo conosci. (Pausa.) Io guido la Resistenza Degli Indipendenti insieme a Caterina Caselli. Ma stiamo perdendo. Non abbiamo più abbastanza forza per contrastarlo e questo Sanremo lo renderà inarrestabile. (Pausa.) Farà uccidere un artista per creare un nuovo caso Tenco."
Osserva la mia reazione. Nel caso specifico, un filo di irritazione.
"Manipolerà il finto suicidio, mostrerà la sua compassione infinita al pubblico e il suo potere agli avversari. (Pausa.) Dopo, nessuno potrà fermarlo. Dobbiamo impedire che accada e tu devi aiutarci."
Dopo anni a giocare a Gesù Cristo, Bingo Bongo si è fottuto il cervello.
Rido, mi sollevo dalla poltrona, mi dirigo verso la porta e impugno la maniglia.
Prima di uscire mi volto.
"E chi vorrebbe uccidere?"
"Non lo sappiamo.
"E come sapete che vuole uccidere qualcuno?"
"Abbiamo i nostri informatori. Accadrà la notte prima della finale."
"Io cosa c'entro in questa storia?"
"Ti ha voluto nel suo staff, di te si fida. Conosci i suoi spostamenti, le sue abitudini, i suoi orari. Puoi individuare i suoi punti deboli. (Pausa.) E ci aiuterai perché lui ha ucciso tua sorella."
"Mia sorella si è suicidata."
Il capo del Clan mi scruta immobile con le dita intrecciate e i gomiti appoggiati ai braccioli del divano.
"Tu non ne sai nulla, vero? Di quella storia. Per lei si è spento il sole e chi l'ha spento è Baudo. Tua sorella era una cantante piena di amore e talento. Baudo le ha promesso che con lui sarebbe diventata la nuova Mina, ma tua sorella si è rifiutata di vendergli l'anima e quando qualcuno gli dice di no è come se fosse morto. Non canterà mai più. Lui l'ha spinta al suicidio."
"Mi stai riempiendo la testa di cazzate."
Si alza, prende da un tavolo un piccolo baule di legno e me lo consegna. Sul baule c'è scritto: "Atti di violenza contro la musica".
"È tutto qui dentro. Portala via. Scopri tu stesso la verità."
Sollevo il coperchio della scatola e ci immergo una mano. Chiudo le dita e pesco un pezzo di carta. È una foto di mia sorella, scattata per una copertina mai pubblicata.
"Ha ucciso lei e presto ucciderà un altro cantante. Puoi negare la simmetria? Puoi tirarti indietro?"
La vedo, la simmetria.
Ci sto esattamente in mezzo.
"Se è tutto vero e se decido di aiutarvi, cosa dovrei fare?"
Il Re degli Ignoranti si siede sulle ginocchia di fron-te a me.
"Deve morire."
"Non puoi chiedermi una cosa simile."
"Avremo una sola occasione. L'ultima."
"È assurdo. È tutto assurdo. Io non uccido nes-suno."
L'Elvis Italiano schiocca le dita. Da una porta in fondo alla sala emerge un uomo dalla pelle olivastra. Indossa pantaloni mimetici, una maglietta senza maniche del tour '96 dei Megadeth e una fondina di cuoio legata alla vita.
La luce scivola sui fasci di muscoli delle braccia, tesi come fruste di acciaio.
"Lui è Naftali Kaufman. Ex Mossad, operazioni speciali, esperto nel Krav Maga e nelle armi da taglio. É uno dei migliori professionisti che il denaro possa comprare ed è fedele alla nostra causa. (Pausa.) Se accetti, verrà con te a Sanremo. Farà lui il lavoro sporco."
Naftali mi si avvicina, sfila la pistola dalla fondina e me la porge.
"È una Beretta 92FS calibro 9x21. Facile da usare, sicura e affidabile. Non si sa mai" dice.
Il Molleggiato sta guardando un punto lontanissimo alle mie spalle.
Dice: "Ti abbiamo dato la ragione, l'occasione e l'arma".
Dice: "Pregherò per te, che hai la notte nel cuor".

Domenica, due giorni prima del Festival.
ore 04.12

Il pavimento è cosparso di metri quadrati di foto promozionali, ritagli di giornale, spartiti musicali, copertine, testi di canzoni. Insieme compongono la carta topografica della vita di mia sorella. Di tutto questo nessuno mi ha mai detto un cazzo di niente. Inginocchiato in mezzo ai fogli sento nella mente le urla di mia madre mentre tenta di sollevare il corpo che penzola da una trave del soffitto, rivedo gli occhi di mia sorella così gonfi che sembrano sul punto di schizzare fuori dalle orbite. Il funerale in uno strano giorno di sole immobile come ghiaccio. Il silenzio dei miei genitori, di tutti, da lì in avanti e per sempre. Avevo quattordici anni.
Guardo il display azzurro del microonde Panasonic. Le quattro del mattino. Ho passato tutta la notte seduto in mezzo a quel mare di carta bevendo Wyborowa dalla bottiglia. Il sonno non si è fatto vedere. Mi rimetto in piedi solo quando mi sembra che i pezzi nella mia testa si stiano assestando in qualche modo. Mi concedo una doccia, vado in camera, apro la valigia e vi infilo un involucro di polietilene a bolle con dentro la Beretta 92FS. Il freddo dell'acciaio arriva alla pelle anche attraverso la plastica. Avverto nell'aria un odore di agrumi che avevo dimenticato. Un odore femminile. Alle undici parto per Sanremo. Il Festival inizia fra due giorni.

Lunedì, vigilia della serata inaugurale
ore 22

Esco dall'albergo e mi infilo nel torrente di luci e persone che scorre lungo le vie di Sanremo. Il vento e la salsedine gelata salgono dal mare e si insinuano nella giacca tagliandomi la pelle. Mi stringo nel bavero. Sotto alla scritta in neon rosso del teatro Ariston un sosia di Pavarotti in camicia hawaiana sta strangolando il Nessun dorma della Turandot. Saluto con un cenno i portieri, attraverso la sala gettando uno sguardo al palco e raggiungo il camerino nel retroscena. Busso, entro e mi accomodo su uno dei divani in pelle appoggiati alle pareti. I posti rimanenti sono occupati dagli altri autori, gente di nessun interesse, a parte il calvo che avrei sempre voluto ammazzare di botte e la moretta trentaduenne che mi sarei sempre voluto scopare, se non preferisse i direttori di rete. In piedi di fianco alla porta si erge il boris, un gigante dai tratti slavi in abito nero, con occhiali scuri e una microradio infilata nell'orecchio. È la guardia del corpo personale del capo. Non sa che lo chiamo boris, altrimenti ora avrei già assaggiato il sapore dei miei testicoli estirpati a mani nude. Girano strane storie, sul boris.
In mezzo alla stanza, avvolto in un impeccabile completo testa di moro, Pippo Baudo allarga le braccia come ad abbracciare i suoi fedeli. Da quando ha smesso di tingersi ha i capelli bianchi, quasi trasparenti.
"Fiorello? Bonolis?" dice con un sorriso paterno.
"Si fottano. Io sono l'unico re del Festival. Io l'ho riportato alla sua grandezza antica resuscitandolo dalla valle dei morti. È mio."
Mentre parla cammina ad ampie falcate lungo la diagonale della stanza.
"L'anno scorso è stato magnifico. La Hunziker pizzicata a letto con Facchinetti padre e figlio e poi la coltellata fra Mango e Meneguzzi. Che share! Magnifico. Ma non abbastanza."
Si ferma, intreccia le mani, le avvicina al mento e sorride.
"Ho una sorpresa per la serata finale che renderà questo Festival immortale nei secoli a venire."
Non riesco a trattenere un sussulto.
"Qualcosa non va?" domanda Pippo. Si avvicina sovrastandomi, mentre il sorriso si contrae in un ghigno che gli taglia la faccia da un orecchio all'altro.
"Sto bene."
"Sì?"
"Sono solo stanco."
"Pippo, non possiamo lavorare se ci tieni nascosto qualcosa. Come dobbiamo muoverci?" domanda il calvo.
Baudo ammorbidisce il sorriso.
"Non posso anticiparvi nulla. Vi ho convocati prima che inizi questa nuova avventura solo per ringraziarvi. Siete la mia squadra d'élite, uno dei migliori team di autori con cui abbia mai lavorato. Restate con me fino alla fine e sarete ripagati con la gloria."
Fa un cenno con la mano, il segnale che la riunione è finita. Ci alziamo dai divani. I pensieri mi sfregano sul cranio come schegge di vetro. Usciamo uno dopo l'altro, in apnea. Appena mi ritrovo da solo in corridoio appoggio la schiena alla parete. Respiro profondamente fino a che il malessere non è passato, poi mi avvio all'ingresso del teatro per ributtarmi fuori nel groviglio di corpi e cappotti.
Mi arrampico alla Pigna lungo i vicoli ad anelli lasciandomi la confusione alle spalle. Scelgo un bar a caso: ho bisogno di bere un litro di qualche schifezza. Mi siedo su uno sgabello al bancone, ordino una bottiglia di Glen Grant con un secchiello di ghiaccio e ci sprofondo dentro.
Tre ore più tardi esco nel gelo della notte, accendo una Camel e mi chiedo se quando verrà il momento avrò il coraggio di fare quello che devo fare.
Sono sbronzo marcio.

Martedì, primo giorno del Festival
ore 7.22

Mi sveglio con una pressa di dolore avvitata intorno alle tempie. Non mi ricordo nemmeno come abbia fatto a tornare in albergo.
Tra poche ore tredici milioni di persone sintonizzeranno i televisori per la prima serata del Festival di Sanremo. Inizia il conto alla rovescia.

Martedì, prima serata del Festival
ore 22.02

Seguo la prima serata dalla sala stampa. Ogni postazione ha un televisore sintonizzato sulla diretta, alcuni giornalisti sono fuori a fumare e bere Negroni e prosecco, altri sono assiepati sotto al maxischermo in fondo alla sala commentando ad alta voce. Ridono quando sul palco si esibiscono Toto Cutugno e Meneguzzi, fanno commenti sessuali sulla Tatangelo, intonano "Oh Cristo" in coro quando canta la Bertè. Tricarico porta una canzone che nessuno capisce. Grignani sembra fatto di coca e probabilmente lo è. L'unico sussulto al rituale del Festival lo regala Mingardi, che sale sul palco visibilmente ubriaco, biascica la sua canzone e uscendo inciampa aggrappandosi all'abito in tulle della valletta ungherese Andrea Osvart facendole sgusciare fuori un capezzolo. Baudo gestisce l'incidente con classe. Appunto su un blocco note tutti i commenti che riesco a intercettare. Saranno confrontati con la rassegna stampa durante la riunione del mattino.
Nel frattempo sto cercando di indovinare chi morirà l'ultima notte del Festival.

Mercoledì, seconda serata del Festival
ore 01.52

Non ho più parlato con il Molleggiato, che dopo il nostro primo e unico incontro è scomparso. Siamo solo io e Kaufman contro la macchina mortale di Baudo.
"Posso entrare e uscire da qualunque stanza dell'hotel senza lasciare traccia, se ho un margine di preavviso sufficiente. Al momento decisivo dovrai fare solo questo, darmi un margine di preavviso sufficiente."
"C'è una cosa che non capisco. Perché aspettare Sanremo per farlo fuori?"
"Motivi simbolici. E motivi pratici. Non puoi uccidere Hitler nel suo bunker. Non puoi uccidere Kennedy nella Casa Bianca. Devi aspettare che sfili a Dallas in mezzo alla folla."
"Ma non possiamo muoverci subito e farla finita? Stasera?"
"No."
"Perché no?"
"Venerdì notte. Questo è il piano."
"Più aspettiamo e più sarà difficile."
"Sì."
"C'è il boris con lui e chissà quanti altri stronzi."
"No. Solo il russo. E il russo è una questione personale."
"Lo conosci?"
"Abbiamo un conto in sospeso. Siria, 1994."
"Io non so come si usa una pistola. Non so nemmeno se voglio sapere come si usa una pistola."
"Non devi sparare a nessuno. Penso io a Baudo."
"E allora perché mi avete coinvolto? Potevate sbrigarvela da soli e lasciarmi fuori da questa storia."
"Tu ci servi. Sei il nostro agente sotto copertura."
"E se Baudo sapesse già tutto?"
"Possibile.
"E se venerdì notte andasse male?"
"Prega che non accada."
Questo sì che si chiama conforto, penso. Proviamo a cambiare discorso, così, per rompere la tensione.
"Parli un ottimo italiano. A parte l'accento."
"Da bambino mia mamma mi faceva ascoltare le canzoni del capo, in Israele."
"Allora hai avuto un'infanzia difficile" dico, per fare una battuta.
"Solo fino a quando non ho imparato a uccidere."
A quanto pare l'addestramento dell'esercito israeliano non prevede corsi di humour. Non so dove sia Kaufman, cosa faccia di giorno e durante la notte. Devo fidarmi e lasciarlo fare. Lo chiamo anche giovedì e poi venerdì prima della serata all'Ariston per fargli il rapporto della giornata.
A parte questo, non ci diciamo altro.

Giovedì, terzo giorno del Festival
un momento qualunque

"Alimentazione sana e carattere di ferro!" risponde Baudo a un giornalista che gli ha domandato come fa a reggere la pressione. Non scherza: Baudo si attiene a un regime di allenamento di stampo militare e a una dieta da atleta professionista. In passato l'ho visto rimanere sveglio e perfettamente reattivo per 72 ore consecutive. è uno stratega, sempre un passo avanti agli altri. Un avversario spaventoso. Dopo tre giorni di Festival Baudo mantiene ancora ritmi da androide, senza mostrare un segno di cedimento. Io invece sono stremato, consumo le poche ore di sonno rigirandomi nel letto, non riesco quasi a mangiare. Mi tengo in piedi con la vodka, le Camel e i cocktail di antiacidi e paracetamolo. Sto lavorando malissimo, ma Baudo sembra non dare peso alle mie carenze professionali. Stare fianco a fianco con lui come se nulla fosse è uno sforzo devastante. Perché mi ha voluto con sé dopo quello che ha fatto a mia sorella? Pensava che non lo scoprissi o voleva che lo scoprissi? Cristo. Dalle sue parole, dagli sguardi, dalle sfumature del suo comportamento cerco di capire se sospetta qualcosa. Ma Baudo è impenetrabile. Un passo avanti, sempre un passo avanti.

Giovedì, terza serata del Festival
ore 2.12

Esamino per l'ennesima volta la lista dei 20 concorrenti della sezione Campioni. I Giovani no: troppo poco clamore. Tiro una riga su Mietta, una sui Tiromancino perché sono in quattro e suicidarli tutti mi sembra eccessivo. Zarrillo? Bennato? Little Tony no, è troppo vecchio. Controllo i nomi, li rileggo uno a uno, traccio una riga e poi la cancello. Sul Grundig scorre la televendita di un collezione di CD anni Ottanta. Mi alzo dalla scrivania, apro la porta finestra del balcone e mentre l'aria fredda mi sbatte addosso guardo il mare oltre i tetti delle case e oltre le luci lungo la spiaggia e mi sembra un'enorme mandibola nera. Se pure riuscissi a scoprire quel nome non cambierebbe nulla, ma non riesco a non pensarci. Ormai sono certo che Baudo sta giocando con me come un gatto con uno scarafaggio. Chiudo la finestra e mi volto verso il letto. Nell'ombra in fondo alla stanza scorgo un volto di donna. La visione dura un istante e poi scompare. Un'allucinazione? La vodka, l'insonnia? Non l'ho vista davvero. Ma da qualche giorno continuo a sentire quell'odore di agrumi, l'odore di mia sorella.

Venerdì, quarta serata del Festival
ore 1.12

Sono seduto sul bordo del letto, chinato in avanti con i gomiti appoggiati alle ginocchia. Mi asciugo la fronte con la manica della giacca. Nella penombra della stanza la luce azzurra del Grundig disegna spettri sul muro.
"Pippone ci lascia! In bocca al lupo per la finalissima!" dice al Dopofestival Elio delle Storie Tese, in gessato e Adidas, dall'altra parte dello schermo. Spengo il televisore. L'orologio indica la una e dieci. Prendo il cellulare che ho lasciato sul comodino di fianco ai dépliant dell'hotel, a tre blister snocciolati e a una bottiglia di Wyborowa semivuota, entro in bagno, apro i rubinetti e la doccia e digito un numero, immerso nello scroscio dell'acqua. Rimango in attesa qualche secondo, poi dico a voce bassa: "Ci siamo. Attendi conferma".
Premo il pulsante per chiudere la comunicazione. Appoggio il telefonino sul ripiano di marmo del lavandino, ribalto il tabouret, svito le viti del fondo e strappo dal nastro adesivo l'involucro di polietilene a bolle d'aria. Lo apro lentamente seduto sul pavimento di piastrelle. Estraggo la Beretta, respiro profondamente fino a quando il tremolio non si allenta, infilo il caricatore da 15 colpi e metto la sicura. Mi alzo e mi guardo allo specchio. Scuoto la testa, faccio scivolare la lingua sul palato e sui denti. Sento sapore di ruggine.
Tra il teatro Ariston e l'albergo ci sono meno di trecento metri in linea d'aria. Faccio il calcolo: gli servono cinque minuti per percorrerli, più altri cinque per scrollarsi di dosso il seguito nella hall dell'hotel e salire al terzo piano. Sporgendomi dal balcone posso vedere quando si accenderà la luce nella sua stanza, due piani più sotto.
Torno a sedermi sul letto rivolto verso la porta, con la pistola poggiata in grembo e le mani madide di sudore.

Venerdì, quarta serata del Festival
ore 1.32

Quello che provo in questo momento è terrore.
Pippo Baudo entra nella stanza. Il boris lo segue e chiude la porta con calma.
"Non ti spiace se mi fermo solo un paio di minuti, vero?" dice Baudo. "Ho ancora molto da fare stanotte."
Getta ai mie piedi la busta sigillata piena di liquido scuro. Quando tocca il pavimento fa lo stesso rumore delle scarpe piene d'acqua.
"Un piccolo presente" dice Baudo.
Attraverso la plastica sporca di sangue vedo gli occhi sbarrati di Kaufman. Non riesco a trattenere un conato di vomito acido, che risale l'esofago, mi riempie la bocca e cola tra i denti sgocciolando sui vestiti e per terra. Tossisco e mi passo la manica sinistra della camicia sulla bocca.
Baudo mi guarda sorridendo. "Un po' di dignità, per Dio. Avanti, non pensavi davvero che ce l'avreste fatta. Voi leccate la polvere mentre io cammino tra i re."
Si avvicina. Ho immaginato questa scena un milione di volte e adesso non mi viene niente da dire. Un cazzo di niente.
"Dammi la pistola."
Eccoci. Potrei sparargli e vendicare mia sorella e chissà quante altre anime. Un istante dopo il boris mi strapperebbe la testa dal corpo a mani nude. Non importa. Ma la mano mi trema e il dito resta rigido. Baudo si allunga verso di me, afferra la canna con delicatezza e la inclina di lato, poi mi sfila la Beretta dal pugno e la passa al boris.
"Tua sorella era molto dotata e tu eri un autore eccellente. Peccato. E adesso levati dalle palle. Sei licenziato."
Si volta, fa un cenno con la mano e il russo apre la porta. "Salutami Adriano."
La testa di Kaufman mi fissa dal pavimento.

Venerdì, quarta e penultima serata del Festival
ore 02.12

Sto percorrendo la A10 verso Genova a 150 chilometri orari. Mi fermo nel parcheggio deserto di un autogrill, scendo dall'auto e accendo una Camel. Il braciere traccia fuochi fatui nel buio. Riparto e guido fino a casa senza fermarmi, con la mente cancellata. Colline come tumuli, boschi, case nere e fabbriche di derivati plastici sfilano fuori dai finestrini. Non accendo la radio perché non voglio sentire le edizioni speciali dei gr. Il cellulare è spento. Quando arrivo a casa punto l'allarme dell'orologio, mi butto sul letto senza spogliarmi e precipito in un sonno muto.

Sabato, serata finale del Festival
ore 20.42

Resto un corpo morto fino a quando suona la sveglia. Mi alzo dolorante come se avessi un paio di costole infilzate in un polmone. Sintonizzo la televisione su Rai Uno in attesa che inizi la diretta dal Festival. Mi verso la Wyborowa in una tazza da latte e ne butto giù un sorso. Il bruciore nello stomaco mi conferma che sono vivo. Accendo il telefono e faccio appena in tempo a contare cinque chiamate perse prima che squilli 24000 baci.
"Temevo..." dice la voce dall'altra parte, "Hai bisogno di protezione. (Pausa.) Noi ci siamo trasferiti nel nostro rifugio segreto, ora ti mando..."
"Ho la testa di Kaufman in valigia. Vieni a prendertela e poi scompari dalla mia vita per sempre".
"La testa di Naftali?"
"Shhh. Inizia."
Appendo. Sono le nove. Nella sala dell'Ariston ristagna il silenzio di un sepolcro, i fiori sul palco e sulla scalinata sono stati tolti, gli effetti di luce sono spenti. Pippo Baudo fa il suo ingresso camminando a passi misurati fino al centro del proscenio, guarda verso la platea, abbassa gli occhi, solleva la testa con compostezza. Il ritmo è perfetto, da manuale.
"Cari amici" dice, "una terribile tragedia si è abbattuta sul Festival di Sanremo. Le parole non hanno senso, in un momento come questo. Gianluca Grignani è stato trovato morto nella sua stanza. Si è tolto la vita. Era un artista di straordinario talento e grande umanità e il nostro cordoglio va alla sua famiglia, ai suoi amici, a chi lo ha amato."
Resto immobile in mezzo alla stanza a guardare il trionfo di Baudo. Il pavimento è ancora ricoperto dalle foto, dagli articoli di giornale, dai testi delle canzoni, ma l'odore di agrumi è scomparso. Insieme a me, davanti al televisore ci sono altri 24 milioni di italiani. Gli ascolti più alti che il Festival abbia mai avuto.
 
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