"I'm a loser baby, so why don't you kill me?" Beck
Come la prima scena di quel film: il nonno che arriva in camera del nipotino con un vecchio libro in mano. Per raccontargli una storia, perché è malato. Fuori dalla finestra gli altri della sua età giocano, ma va bene lo stesso che tanto lui col Nintendo ha un uomo per base. Però per far contenta sua madre deve mettere in stand-by e stare ad ascoltare il nonno, che è un Peter Falk che si è preso un giorno di vacanza dal lavoro di tenente Colombo. La nostra prima scena qua è più o meno uguale: voglio mettervi in stand-by un attimo e prendervi l'attenzione con un'introduzione lieve, per farvi dimenticare un attimo il possibile fuoricampo che farebbe arrivare tutti, voi compresi, in casabase facile. Una prima descrizione cornice che spiega la situazione in modo semplice, come l'inizio della Storia Fantastica che il nonno-Peter Falk-tenente Colombo inizia a raccontare al nipotino per farlo familiarizzare con il mondo del vecchio libro. 0. introduzione Un giorno, a trent'anni appena compiuti, sei lì che, mettiamo, hai appena finito il pranzo di Pasqua a casa dei tuoi, assolutamente obbligatorio, quando tua madre prende dallo scaffale vicino alla madia il raccoglitore delle foto, quello enorme con la copertina imbottita e foderato a quadri gialli e panna. E lo apre a caso, per farti vedere quanto eri bello da bimbo, e tu mentre se lì che un po' le dici sì sì e un po' pensi che la grappa che si sta facendo tuo padre di là sul divano non deve essere niente male, alla fine ti trovi davanti ad una foto di te a dieci anni. 1986, pieno pomeriggio. Sfondo: il blu metallizzato di una Lamborghini in mostra in uno degli stand della Fiera di Primavera. Primo piano: tu, preso malissimo. Incazzato nero perché tua mamma ti aveva obbligato praticamente a forza a metterti proprio quella felpa lì, che quando ce l'avevi su a scuola ti chiamavano finocchio, perché per forza dovevi esserlo, avevi una maglia con una scritta rosa dopotutto. Ma la foto adesso, 2006, ti sembra totalmente differente. É come se, oh merda, quel maglione grigio con la scritta Chicco in rosa è veramente una figata. Ora, non è che tutti tutti da bambini per forza a) fossero obbligati a mettere un maglione con una scritta rosa perché li vestiva la mamma; b) odiassero il rosa; c) avessero compagni di classe stronzi. Perché non è questo il punto. Il fatto è che ci sono cinque cose per cui un maschio adulto, bianco, occidentale, di razza caucasica, istruito e colto, ha sofferto le pene dell'Inferno Della Vergogna da ragazzino; cinque cose che in età matura possono saltare fuori come colpi di scena improvvisi o perché ci si riflette su, e apparire in una veste totalmente diversa. Cosa che va scientificamente sotto il nome di segni inconfondibili di stile. Stile come compagno di area semantica di stiloso o come marca semiotica dell'enunciato stile di vita? Beh, chissenefrega. Stile, stile punto e basta. Al massimo stile come idea di non vedere le cose in modo naif, ma come propulsore di catarsi. 1. le cose di seconda mano ereditate dai cugini o dai fratelli maggiori
Forse già andare al pre-scuola, sette e quaranta del mattino, perché nessuno può portarti puntuale per metterti in fila appena prima della campanella delle otto e venticinque, potrebbe essere considerato da sfigati, se hai otto anni o giù di lì. Ma la cosa io e gli altri che erano con me l'avevamo sfangata spiegando quanto era figo giocare a calcio già da appena svegli, e scroccando pezzi di Tegolini Mulino Bianco durante la ricreazione, in cambio di soffiate su cosa ci sarebbe stato per pranzo in mensa. Perché al pre-scuola, oltre che a giocare a calcio, aiutavamo anche la Signora Agnese (la cuoca) e la Signora Rita (la bidella) a portare la roba da mangiare dalla dispensa alla cucina. Ma c'è un però, perché anche se la cerchia del pre-scuola era una delle cose più unite e solidali che da lì in avanti mi sarebbe poi mai capitato di sperimentare, eravamo pur sempre bambini delle Elementari. Quindi appena girato l'angolo a sinistra, dopo che chiudevo il cancelletto esterno e che sentivo il 126 di mia madre fare dietro front, anche se era il 15 gennaio e nevicava forte come ti ricordi solo faceva quando eri bambino, beh, il cappello blu scuro mezzo di lana e mezzo con la visiera dei primi anni settanta ereditato da un mio cugino che non avevo mai incontrato, beh, quel cazzo di cappello me lo toglievo. Non poteva reggere il confronto con i berretti col pom-pom, o con quelli di pelle imbottiti e con il copriorecchie. No che non poteva, decisamente no. Allora era meglio fare come Ruggiero, il duro, che veniva a scuola senza cappello, piuttosto che passare per una mezza sega con un cappello che invece della scritta Invicta aveva una specie di stringa sopra la visiera. Poi era successo che due o tre anni più tardi, col favore dell'estate, quel cappello ero finito per nasconderlo chissà dove in fondo a qualche scatolone del trasloco, con la speranza che fosse mangiato dai topi, o anche solo per non doverlo rivedere mai più. E così è effettivamente andata. Ora, a tutta questa faccenda non ci avevo mai più pensato. Bum, dimenticata. Fino a quando un annetto fa, con alle spalle Union Square e davanti la Broadway che scende giù verso Downtown tagliando in due il Villagge, in una New York di Dio solo sa quanti gradi sotto zero, sono entrato congelato nel primo negozio sulla destra, quello di fronte al cinema. La testa non avrebbe retto per più di trenta secondi ancora se non la mettevo al caldo. E però io volevo un cappello vintage, un po' radicalchic; un po' New Yorker cazzo, anche se abitavo nel Connecticut. Al secondo piano, vicino ai maglioni con le strisce orizzontali e sopra alle felpe con le facce scolorite di Mickey Mouse, eccolo lì il cappello che faceva per me, eccolo lì il mio cappello, blu scuro mezzo di lana e mezzo con la visiera. 150 dollari, originale dei primi anni settanta. 2. essere a casa per le undici emmezza Non starò qui ad indagarne il perché, quindi lo prendo come un dato di fatto: da ragazzino quando inizi ad uscire di sabato sera, i genitori ti danno orari precisi e inflessibili a cui rientrare. Pena, ovviamente, restare chiuso in casa il sabato sera successivo. Cosa che ti fa inevitabilmente confrontare con cosa succede agl'altri, e che porta a fare una constatazione facile facile, il cui risultato è accettato da tutta la comunità scientifica degli adolescenti: tornare a casa tardi = essere dei fighi, tornare a casa presto = essere degli sfigati. Il primo paio d'anni che uscivo con i miei amici di allora, ci si trovava in un piccolo bar a dieci minuti di macchina da dove abitavo io. Mi ci portava mio padre, verso le otto emmezza, per poi ritornare a prelevarmi alle undici e venti precise. Undici emmezza a casa, con mia madre che si lamentava della puzza di fumo. Normalmente alla seconda birra ci mettevamo a giocare a biliardo, che era in un angolo, e da lì guardavamo il gruppo di quelli che avevano tra i venticinque e i trent'anni. Ci facevano troppo incazzare, era così ovvio cazzo: avevano la macchina e in più potevano fare quello che gli pareva che nessuno stava lì a controllarli continuamente, perché non se ne andavano in giro tutta la notte a divertirsi? Oppure prendevano e partivano per un week end fuori di testa da qualche parte? Ovviamente anch'io ero una voce di quel coro di sfottò, solo che, altrettanto ovviamente, ero il primo a smettere, esattamente alle undici e diciotto, per mettermi la giacca e uscire fuori ad aspettare che mio padre arrivasse. Due minuti di vergogna, amarezza e - erano gli anni del grunge - di tristezza infinita. Due minuti in cui riuscivo già ad immaginare le facce e i racconti dei miei amici la domenica pomeriggio nello stesso bar o il lunedì mattina a scuola. Facce che mi avrebbero raccontato tutte le cose folli che erano successe dopo che me ne ero andato. Cose successe dopo mezzanotte: graffiti fatti nella zona industriale su un muretto basso illuminato solo dai fari dei motorini, canne imboscati su al calvario, o una sega fatta da quella fica di Prima A su quella panchina al buio nei giardini. Quest'estate, dopo non so, dieci anni direi, ci sono ritornato in quel bar. Il fatto che mi ha mosso è che stavo scrivendo un racconto con delle scene ambientate proprio lì. Ma non era solo quello: con un amico spesso chiacchieriamo dei paesini dove siamo nati e cresciuti. Il Billo mi racconta che a Casola, su per l'Appennino Tosco-Emiliano, il Bar Sport fa luce, che se è chiuso il paese è spento, veramente mi dice, è senza luce cazzo. E al Bar Sport quando è su ci va, che ci sta bene, non pensa, si fa qualche paglia, dice le solite cose, e poi se ne torna a casa. Gli vuol bene a quel bar il Billo. E allora io gli dico del Centro A.C.L.I. che c'era a Monastero, che ci compravo sempre i Brooklyin e la Coppa dei Campioni, mentre coi miei guardavamo la gente che giocava a bocce. Oppure della volta che proprio lì ho visto per la prima volta il calcio dal vivo, quando c'era mio padre col 10 che giocava in un torneo di calcetto. Fatto sta è che comunque in un pomeriggio di luglio sono salito sulla mia Panda che ha centocinquantamila chilometri sul groppone, e mi son fatto quei vecchi dieci minuti di macchina fino al bar. Dal parcheggio fuori ho visto che al bancone c'erano due dei miei vecchi soci, di spalle. Ma appena sono entrato si sono girati in un attimo e ci sono state delle gran pacche sulle spalle e cori infiniti di come va, di cazzo tu sono anni e anni che sei in giro e noi sempre qua, cazzo. Banale fare un digressione sulla felicità e sul momento in sé, e forse un po' troppo dada tirare fuori il buon Pezzali. Ci siamo pigliati tre San Simoni e ci siamo seduti ad un tavolino, io di fronte a loro, e loro con le spalle al biliardo. E mentre ho buttato giù l'ultimo dito nel bicchiere, ho visto quattro pischelli armati di stecche che dall'angolo se la ridevano, e che indicavano i miei vecchi soci, "Perché cazzo - e questo gliel'ho sentito dire piano, ma chiaro - sono degli sfigati del cazzo, ventisette anni, la macchina e tutto il resto, cazzo ci restano a fare in sto cazzo di bar tutto il tempo?"
3. il calcio della middle class Qua avrei una bella storiella su di una certa maglia di lana a maniche lunghe della Sampdoria, ovviamente taroccata. Che mettevo per fare gli allenamenti, quando durante le Medie giocavo terzino sinistro in una squadra del campionato di Terza Fascia del C.S.I. Maglietta per cui ero selvaggiamente preso per il culo da un paio di miei compagni di squadra, futuri manager figli delle famiglie bene di Mondovì. Ma è una storia troppo simile a quella della maglia della Chicco che c'è nell'introduzione, e che potrebbe finire più o meno uguale, tipo: se potessi ora con quella rarità blucerchiata ci andrei alle feste. Il punto principale però è lo stesso: quei compagni di squadra che mi facevano crepare dalla vergogna per la maglietta. Che erano gli stessi che mi facevano anche dei gran pestoni con le loro Nike (beh, chi aveva le Lotto sa cosa intendo), e che per esultare dopo un gol si toglievano e facevano roteare in aria le loro magliette in tessuto ufficiale con il 9 stampato sul bianco e nero o sull'oro-granata. Ragazzini visti da tutti come inarrivabili, perfetti, nei loro jeans dell'Energie e sui loro Fifty Top Color. Gentlemen che sono ovviamente gli stessi personaggi che hanno faticato sui banchi dei "due anni in uno" delle scuole private per finire il liceo, e che a ventisei anni o giù di lì sono finiti, per uso personale, ovviamente, ad importare direttamente chili di cocaina. Ma in modo furbo: evitando i controlli in tutta la provincia, basta mostrare il cognome sulla carta d'identità. Talmente astuti e contrabbandieri che si sono fatti arrestare in Liguria, appena varcato il confine di regione.
4. baby, let's rock Praticamente tutti noi - ripeto - maschi adulti, bianchi, occidentali, di razza caucasica, istruiti e colti, ci possiamo vantare della nostra immensa libreria musicale e della nostra conseguente pressoché smisurata conoscenza e competenza in campo musicale. Dal jazz allo shoegazing, dall'avant pop al progressive, dal minimalismo all'art rock, dal metal apocalittico all'indie rock, dalla classica al glitch pop, dal post-rock all'elettronica, dal kraut rock al glam, dalla space music al trash metal, dalla dodecafonia atonale al blues delle radici, dall'ambient al power. E chi più ne ha più ne metta. Ma all'origine di tutto il bla bla bla che riusciamo sempre a mettere in piedi quando qualcuno ce ne dà l'occasione, c'è una situazione di vergogna infinita: a tredici/quattordici anni o giù di lì, la maggioranza di noi lo stereo non ce l'aveva. Io mi ricordo due situazioni ben precise. Uno: sulla piazza della chiesa i miei coetanei che si scambiavano i cd. Due: quando andavo a delle feste estive in casa d'altri e qualcuno (specialmente qualche ragazza) stava per mettere un disco nello stereo, mi guardava, poi schiacciava play, mi guardava di nuovo e mi diceva: "Tu 'sto ciddì ce l'hai?". Io chinavo la testa e diventavo tutto rosso. Ma cos'erano quei dischi che non avevo? Erano orribili compilation dance, titoli come Disco Mania Mix Five, DeeJay Parade vol.8, Best of Summer Hits remix by Molella. O Vasco, cazzo, il disco dove c'è Vivere. O. Mio. Dio. Non avere avuto lo stereo a quell'età, sull'onda lunga mi ha salvato. Le cassette copiate da quei cd ho finito per averle, era essenziale in fin dei conti. E le ascoltavo sulla pista tape della radio dei miei. Ma da lì ad un paio d'anni avrei iniziato a riregistrarci sopra i Guns 'n' Roses (siam partiti tutti da lì, pensateci bene) e il Black Album dei Metallica. E i Nirvana. Quindi da una parte, diventare rossi perché non avevamo mai visto prima il cd che stava per mettere su la ragazzina con le tettone, o vergognarsi perché non stavamo dietro a chi sapeva tutti i testi del primo disco di Fiorello a memoria, ci ha però lasciato in età adulta con la coscienza pulita (non ci sono prove fisiche del nostro passato tamarretto e commerciale, pur fugace e pre-adolescieziale che sia stato). E dall'altra parte però quei dischi orribili li conosciamo, e molto bene anche, e questo ci frutterà sempre, mezzi sbronzi a qualche festa, una serie di belle figure da profondi e convinti dadaisti, usando quei titoli nel bel mezzo di una qualche conversazione impegnata.
5. lui va dietro a quella di Terza C Mi sa che qua anche il nostro buon essere maschi adulti, bianchi, occidentali, di razza caucasica, istruiti e colti, non ci porta comunque né a un vero proprio stile stiloso, né a una qualche epifania catartica. Ma solo a un qualche sorriso. Che è comunque già tanto visto l'argomento. La vergogna di quando mi sfottevano che mi piaceva una certa Michela mia compagna di classe delle Medie non se n'è completamente andata. Anche se a dirla tutta era a lei che piacevo io. Gli sfottò e la vergogna me l'hanno fatta evitare, lei e le possibili implicazioni uno a uno. Che se poi uno ci pensa, l'ultimo giorno di Terza Media, invece di lasciarla andare via dopo la pizza di classe senza manco salutarla, l'avessi accompagnata, almeno per un pezzo, mi sarei evitato tutte le storielle finte di avventure avvenute chissà come e chissà con chi. Dai, l'abbiamo fatto tutti di inventare serate andate in un certo modo con ragazze immaginarie, per non fare la figura degli sfigati, soprattutto con le compagne di classe con cui ci volevamo provare il primo anno delle Superiori. Consci che metà dei racconti e delle confidenze che gli facevamo erano fantasie ripulite e rese raccontabili, ma pur sempre prese a prestito da cosa succedeva con le immagini di certi settimanali. Finire con un sorriso invece che con una catarsi rende più simpatici. E noi non siamo per niente i tipi che vogliono finire per essere un Robin Hood spocchioso che nel momento del duello finale il tifo è tutto per lo sceriffo di Nottingham.
Ora chiudo il vecchio libro e ve lo lascio sul comodino. Esattamente come fa il nonno-Peter Falk-tenente Colombo, che poi gira le spalle al nipotino e se ne va dritto per uscire dalla porta della stanza. Ma è il bambino che chiude la cornice del film: "Nonno, domani ritorni a leggermi un'altra storia?". |