|
 |

|
Notte qualunque all'Oca Banana |
|
|
di Barbara Di Gregorio
|
L'Oca Banana è un grosso scatolone di cemento grigio nel bel mezzo della zona industriale di Paperopoli. Somiglia a un deposito merci: non fosse stato per quell'enorme insegna luminosa – la sagoma animata di una formosa palmipede impegnata in una sensuale lap-dance intorno a una gigantesca banana rosa shocking – Paperino non l'avrebbe mai riconosciuto. Nel parcheggio strapieno la latta rossoblu della vecchia trecentotredici riesce appena a incastrarsi tra un paio di macchine lunghissime . L'ingresso è una porticina nera grande quanto quella di uno stanzino. Il campanello è un pulsante rosso incastonato tra un paio di larghe natiche coperte di piume dorate. Il buttafuori ha due spalle mostruose e una massiccia catena dorata attorno al collo inesistente, stretta tra il mento rasato di fresco e i pettorali pompati: è 176-716, ripulito, compresso all'inverosimile nel doppiopetto nero d'ordinanza. Paperino lo riconosce dalla mascherina nera intorno agli occhi: sapeva che si era messo a rigare dritto, ma non si aspettava certo di trovarlo lì. Devo solo cercare mio cugino, balbetta. La cima del suo becco si increspa in un sorriso imbarazzato mentre il bassotto lo scruta da capo a piedi con aria di sufficienza. Passa, grugnisce dopo un tempo infinito. Si sposta dall'ingresso indicando col grosso pollice guantato di bianco un lungo budello oscuro: sul fondo si scorge appena una tenue luce giallo scuro, greve di ombre e di fumo.
Il corridoio, buio e stretto, precipita in una sala inaspettatamente angusta. Al centro un palco ancora vuoto, illuminato di rosso. Tavoli, posacenere e bicchieri sono stracolmi. Altoparlanti travestiti da ananas, scintillanti di lustrini, diffondono nel locale musica jazz a volume discreto. Zio Paperone è certo che Gastone sia lì da qualche parte. Ti diseredo gridava poco fa al telefono, e Paperino aveva dovuto fare un salto indietro perché la testa dello zione era sbucata intera fuori dalla cornetta, completa di occhiali cilindro e basette, il becco spalancato sulla lingua appuntita vibrante d'indignazione. Sicuro che saltava sulla sedia vorticando in aria il suo maledetto pugno rotante, sicuro. Muovi il culo e vai a prenderlo immediatamente. Non ha neppure voluto dirgli a cosa gli serve. Paperino si fa un giro tra i tavoli, le sue zampe nude macinano cicche spente e bicchieri rotti sparsi ovunque sul pavimento gommato, gli altri clienti lo guardano con sospetto. Fa caldo. Sotto la casacca da marinaio le piume della sua schiena sono un bagno di sudore. Se Paperina sapesse, pensa mentre grumi di saliva si fanno visibilmente strada all'interno del suo lungo collo sottile. Non può impedirsi di notare le troppe cameriere seminude che scivolano tra i tavoli lasciandosi dietro candide scie di piume profumate. Di Gastone, nemmeno l'ombra.
Paperino continua a guardarsi intorno mentre la luce rossa sul palco si fa più scura, sui tavoli scende il buio. Tra i clienti gonfia in un attimo una bolla irreale di silenzio, la loro eccitazione si fa palpabile, appiccicosa. Nella luce incerta della sala qualcuno si alza in piedi: è un papero grasso a forma di pera con una lunga testa appuntita e un piccolo becco a cuore. Comincia a battere le mani come un dannato, da solo, nel silenzio. Paperino fa appena in tempo a pensare ehi ma quello è Cìccio che da un angolo della sala parte un colpo di rivoltella, l'aiutante di nonna Papera preso a ua tempia crolla immediatamente a terra come un sacco vuoto. Nell'attimo di gelo che segue il proprietario della pallottola soffia sulla canna ancora incandescente della sua arma, Lei non vuole sentire battimani prima della fine del numero, dice con voce roca eppure chiarissima. Dalla testa bucata di Ciccio sgorga sul pavimento un rivolo timido di sangue nero e spesso. Paperino sgrana gli occhi, si copre di sudore, stringe forte le ali intorni al becco per impedirsi di starnazzare e fare la stessa fine. Comincia già a farsi strada nella calca per abbandonare quell'antro d'inferno quando sente la sala sciogliersi in un lungo sospiro, e d'istinto si volta verso il palco. Tra le quinte di raso giallo e verde compare una zampa tornita, si delinea nella penombra un morbido fianco coperto di piume brune. È lei, l'ottava meraviglia, la stella indiscussa dell'Oca Banana. Le lettere del suo nome all'improvviso incendiano l'aria a pochi metri dal soffitto: caratteri di fuoco che per pochi secondi illuminano a giorno la sala componendo la parola più dolce di tutta la notte. Chiquita.
Paperino ci resta secco. Becco semiaperto e una punta di lingua fuori, ancora in postura di fuga, congelato dalla meraviglia rivolge al miracolo il suo portapenne piumato rischiando il pubblico linciaggio. Ora ricorda che una volta Paperina gli ha parlato di un mezzo lavoro di Chiquita come ballerina, e gli pare di aver riso all'idea di quella gallina culona impegnata a scuotere i fianchi da portaerei sulla pista di una qualche balera. Gallina culona un cavolo, pensa adesso di fronte all'angelo di penne che sul palco dell'Oca Banana disegna nell'aria la meraviglia del creato. Il suo piumaggio è oro rosso, gli occhi allungati scintillano sotto le cinque piume fuxia che s'innalzano per un buon mezzo metro sulla cima appuntita della sua piccola testa. Non aveva mai notato quanto fosse elegante il becco di una gallina, appuntito, sensuale, così diverso dalla frittella piatta e bassa appiccicata al muso largo delle papere. I fianchi generosi di Chiquita si dimenano come onde nel mare, dolcemente circondati da un gonnellino di banane dipinte d'argento. Splendidi fermapenne di brillanti sprigionano a tratti lampi di luce tra le morbide lunghe piume delle sue ali danzanti. Paperina mi staccherebbe la testa a borsettate pensa Paperino, efermo in piedi al centro della sala ha fin troppe ragioni per farsi arancione fino alla punta delle penne.
Le luci sul palco si fanno più scure. La divina è scesa sulla terra, ancheggia sempre più provocante muovendosi sinuosa tra i tavoli in delirio. Solletica il mento di un grosso cane nero vestito a festa, si siede sulle sue ginocchia e lo accarezza lieve sul grugno da mastino, s' inzacchera di bava la punta delle ali. Gli sfila dal taschino un grosso portafogli di pelle marrone e ne tira fuori un verdone di grosso taglio, lo sventola sotto il suo naso lucido e nero, strizzandogli l'occhio se lo ficca tra le tette strabordanti nel corpetto microscopico. Tampinata dall'occhio di bue Chiquita continua il suo giro, mani guantate di bianco e di giallo s'insinuano sotto l'elastico del suo gonnellino di banane facendoci scivolare dentro biglietti da cento dollari. Frugandosi isterico le tasche Paperino trova tre monete da mezzo dollaro, un bottone e due fiammiferi spezzati. Quando Chiquita va verso di lui non può fare altro che sorriderle, le sopracciglia piegate verso l'esterno come succede ai paperi quando sono imbarazzati. Anche lei a sorpresa gli sorride. Profuma di fiori e di cannella, gli soffia addosso l'eterna formula magica delle stelle danzanti. Tra un quarto d'ora, nel mio camerino. Ancora una volta Paperino resta secco. Segue a becco aperto la sagoma piriforme della splendida che senza smettere di ondeggiare e raccattare denaro si allontana fino a sparire dietro le quinte. È sconvolto. Raggiunge il bancone in fondo alla sala e chiede un'anisetta al magrissimo barista adolescente impegnato a lucidare un lungo calice di cristallo. Doppia, aggiunge facendo tintinnare sul bancone tutti i suoi averi.
Il nome di Chiquita è inciso su una stella di metallo dorato attaccata alla porta del suo camerino. Di guardia un papero corpulento, con una lurida bombetta e un'orribile giacca scozzese. È Filo Sganga. Squadra Paperino attraverso i piccoli occhi socchiusi, è arrivata la marina militare pensa scuotendo la testa con aria di superiorità. A lui non è permesso nemmeno di infilarci il becco, nel camerino. E quello sfigato, invece. Vorrebbe spedirlo a Ocopoli a calci nel portapiume ma gli tocca scostarsi e lasciarlo entrare - perché così lei ha ordinato, e bravo chi la capisce. Subito dietro la porta la voce di lei, come acqua di sorgente. Paperino! Ha tolto le piume fuxia dalla testa e il gonnellino di banane argentate. Avvolta in un accappatoio bianco Chiquita raggiunge il suo ospite all'ingresso del camerino, sotto l'occhio gelido di Filo Sganga prende le sue ali tra le proprie. È più alta di lui di tutta la testa, e più larga di un buon mezzo metro. Non sai che gioia vederti tra il pubblico. Non sai quanto ci speravo. Credo di aver ballato solo per te, stanotte. Nell'enfasi del momento la voce fastidiosa di Paperino si fa ancora più confusa, ingarbugliata. Anch'io sono felice, starnazza stringendo le ali candide attorno a quelle più scure di Chiquita. È stato un caso…un segno…Chiquita, io non me n'ero mai accorto ma… Le parole del papero sono una mitraglietta di sputi, senza smettere di sorridere Chiquita è costretta ad asciugarsi il becco su una manica dell'accappatoio. Avremo tutto il tempo di parlare, più tardi si affretta a dirgli. Vieni. Temo abbiano cominciato senza di noi. Accarezzando le morbide piume corte sulla nuca di Paperino, la divina lo conduce con infinita tenerezza verso il fondo della stanza.
Non potevamo cominciare senza di voi. Invisibile nella penombra Paperon De' Paperoni ascoltava, sprofondato in una poltrona di velluto rosso. Paperino fa un salto indietro: si era completamente scordato di essere qui a cercare Gastone per conto suo. Dolcemente Chiquita lo trattiene per un'ala, l'espressione del miliardario è del tutto impenetrabile. Non preoccuparti per Gastone, nipote. L'hai appena trovato. Con un ampio gesto molto scenografico Paperone tira una cordicella, apre una tenda di pesante velluto rosso su un divano verde occupato da un groviglio di zampe arancioni e corpi piumati. I ragazzi si stanno scaldando, dice strizzando l'occhio a Chiquita. Paperino arrossisce ma non può smettere di guardare i corpi sul divano. C'è in loro qualcosa di familiare. Il nastro rosa sciolto sul pavimento lo ha già visto da qualche parte. Le zampe allargate della papera di cui non riesce a vedere il volto calzano un paio di scarpe rosse con tacco sei e suola azzurra che lui ha la sensazione di conoscere benissimo. Il tirabaci biondo che s'intravede sulla cima della testa sprofondata tra le suddete zampe non gli è affatto nuovo. E quei gemiti, quei sussulti, li ha già sentiti.
Gastone è il primo ad accorgersi del nuovo arrivato. Stacca il becco dal paradiso di piume che andava esplorando, se lo asciuga su un'ala e nudo com'è rivolge al cugino sfigato il più smagliante dei suoi sorrisi. Paperina si affaccia sul mondo per capire perché Gastone ha smesso e i suoi occhi dalle lunghe ciglia incrociano immediatamente quelli di Paperino, increduli, spalancati sotto il berretto da marinaio che gli salta alto sulla testa. Ciao gli dice, il becco disteso in un sorriso voglioso e placido di papera bagnata. Vieni? La metà inferiore del becco di Paperino crolla a terra con un tonfo fragoroso. Papa, papa, papa, papa, papaperina, balbetta in preda al panico: sugli amanti una tempesta di sputi, ma loro non se ne curano. Imperturbabili, continuano a rivolgergli luminosi sorrisi pieni di promesse. Con due colpi d'ala e senza tanti complimenti Chiquita lo libera dalla logora casacca da marinaio, scivolando a sua volta fuori dall'accappatoio lo spinge sul divano con gli altri due. Paperone si accomoda meglio che può sulla poltrona, si toglie la tuba preparandosi a godere lo spettacolo fino all'ultimo.
Nel cuore più nero della notte l'Oca Banana si addormenta. Poco a poco tutti i clienti se ne vanno al braccio di cameriere e ballerine di fila, portano via dal parcheggio le lunghe macchine che lo facevano bello. 176-716, sofferente d'insonnia e malinconia da quando ha abbandonato il resto della banda, va dal vecchio Filo Sganga a prendersi due canne per tirare mattina. Le luci si spengono, la ballerina di lap dance sul tetto del locale è una sagoma scura contro il buio rischiarato dell'autostrada lontana. Simile a una grossa mozzarella il corpo di Ciccio è ancora riverso sul pavimento della sala, la piccola testa incrostata di sangue secco. Dall'unica finestra un raggio di luna tinge d'azzurro il suo immenso portapiume sferico.
Sul divano verde nel camerino di Chiquita è difficile capire chi cominci e finisca dove, non c'è che un complicato groviglio mugolante di piume, zampe, becchi. Otto zampe, quattro becchi. Dietro un minuscolo paio di lenti senza montatura gli occhi assottigliati dal tempo dell'arcimiliardario Paperon De' Paperoni - proprietario di questo come di tutti i night club di Paperopoli - non perdono un solo gesto. Nudo e porcello come lo sta finalmente scoprendo, quello spiantato di suo nipote è proprio lo splendore che si aspettava. |
|
 |
|