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Paolino Mundial Print
di Simone Conti   
I ragni amano nutrirsi d'insetti, ma odiano le formiche. Quando una formica cade inavvertitamente nella tela di un ragno, il piccolo imenottero secerne una sostanza corporea chiamata acido formico, che risulta essere molto irritante per ogni aracnoide. In questo modo il ragno è costretto a recidere la tela, donando nuovamente la perduta libertà alla piccola formica…

A Paolino erano tornate alla mente le parole e le immagini di un documentario della Rai, visto alcuni giorni prima…
"Le formiche sono fortunate… anch'io voglio avere un acido in grado di farmi tornare da mamma e papà" sussurrò il ragazzino, osservando le brulicanti colonne di formiche che serpeggiavano veloci sulle umide pareti del pozzo. Affascinato dalla metodica operosità delle piccole creature, Paolino volse lo sguardo verso l'alto e lassù intravide una fetta di un caldo tramonto estivo del 1982.
Invece nel pozzo maledetto faceva un gran freddo, sebbene quella fosse un'estate davvero calda.
A quella ora del giorno il sole era stanco di abbrustolire la campagna Reggiana. Di lì a pochi minuti, l'astro luminoso si sarebbe arreso lasciando il posto all'afosa oscurità notturna…
Silenzio… nessuno in giro e nel pozzo la notte era fredda, fredda e brulicante di formiche.
Mancava poco all'inizio della partita. C'era l'Italia in finale e chissà se qualcuno avrebbe pensato a un bambino di soli undici anni, abbandonato in un fetido buco di campagna.
Le formiche hanno metodo. Le formiche conoscono il significato della parola amicizia… ne sono certo.
Paolino era stranamente affascinato dalle formiche. Le osservava continuamente: d'altronde non c'era molto altro da fare il quel fetido buco nella terra.
Nessuna formica abbandona il compagno.
Se eri una formica non avevi paura, ma se eri un bambino tradito da quelli che avevi ritenuto essere i tuoi migliori amici, se eri un bambino caduto nella tela di un ragno, allora di paura ne avevi da vendere.
Paolino non avrebbe mai voluto seguire Bruno, ma sapeva che a Bruno non gli si diceva di no; perché a un tuo rifiuto avrebbe reagito nell'unico modo che conosceva: rompendoti i coglioni per il resto della tua adolescenziale esistenza. No! Bruno era Bruno, e se volevi vivere tranquillo dovevi assecondarlo. Certo, gli amici di Paolino, Pezza, Gaspare e Zanna avrebbero dovuto aspettarlo! Invece nessuno di loro si era fermato e nessuno di loro aveva visto Bruno.
Già…Bruno…
"Ho comprato una televisione nuova, nuova! Una di quelle con il telecomando, così non devi più alzarti per cambiare canale! Vuoi vederla?" gli aveva detto il Bruno, sbucando all'improvviso da una macchia di arbusti. Trovandoselo di fronte, Paolino era rimasto come paralizzato. In paese aveva sentito parlare del figlio matto della Cesira, del più insopportabile rompipalle del creato. Ma quella era la prima volta che lo vedeva da vicino.
"Mi piacerebbe, ma devo tornare a casa per l'ora di cena…" gli aveva risposto, con tutta l'ingenuità dei suoi anni. "E poi quei bastardi dei miei amici non mi hanno aspettato e adesso dovrò correre per raggiungerli! Magari un'altra volta, eh?"
Sulle prime Bruno era rimasto immobile, ma un secondo dopo aveva colpito il ragazzino con un grosso bastone comparso dal nulla. Paolino non si era reso conto di ciò che gli stava accadendo. Di colpo tutto si era fatto scuro, silenzioso e stranamente tranquillo…
Bruno Balzani era un ragazzone robusto, dallo sguardo perennemente perso nel vuoto, accompagnato da una raccapricciante bavetta bianca che gli inumidiva costantemente gli angoli della bocca. E poi puzzava, cavolo! Un fetore insopportabile di sudore stantio. Il matto, lo chiamavano. Viveva in aperta campagna, in una vecchia casa colonica costruita accanto a un canale di scarichi industriali. A causa di quel chimico fiumiciattolo, la casa del matto era stata ribattezzata dai ragazzini della zona 'il regno della merda'.
Bruno non aveva avuto una vita facile. Alcuni anni prima la vecchia Cesira, impaziente di ammirare il mondo da un diverso punto di vista, si era tolta la vita impiccandosi nel fienile, mentre il padre era fuggito alla nascita del figlio. Adesso, nella casa, Bruno viveva solo, circondato da cumuli di immondizie maleodoranti e da decine di gatti randagi, compagni occasionali che approfittavano dell'amore che il ragazzone provava per loro. Lui gli dava da mangiare, li accarezzava e ogni tanto… li uccideva. Già, perché a volte, Bruno, desiderava sentire il sordo rumore di un collo felino spezzato a mani nude. Sin dai tempi della scuola aveva dimostrato l'incapacità di socializzare con i compagni. In quarta elementare aveva steso due suoi amici, in quinta - dopo aver ricevuto una secca bacchettata sulle mani - aveva deciso di assaggiare l'orecchio destro della maestra. All'indomani di quell'ultimo fatto increscioso, la madre aveva deciso di non mandarlo più a scuola. L'isolamento impostogli dalla Cesira non fece che peggiorare le cose. Nessuno lo vide più in giro. Si diceva che Bruno e la sua vecchia vivessero nel loro incontrastato regno della merda, attorniati da gatti, da spazzatura e da troppi brutti ricordi.
Gli anni passarono e Bruno si chiuse sempre di più in se stesso. In paese lo sì vedeva raramente. Se volevi vedere Bruno dovevi passeggiare in campagna, tra i campi di erba medica, perché quello era il luogo dove, se avevi fortuna, ti potevi imbattere nella sola e unica leggenda vivente di uno sperduto paesino Reggiano.

Fu in quella torrida estate del 1982 che Bruno decise di valicare l'oscuro confine della razionalità umana…

Paolino cercava di risalire le pareti del pozzo. Ma le pietre appuntite, vecchie di secoli, gli laceravano braccia e mani. Il suo corpo era ricoperto di lividi causati dal tiro a segno che il folle aguzzino metteva in scena giornalmente, utilizzando sassi grandi come arance. Bruno si divertiva a infierire sul ragazzino e Paolino doveva impegnarsi per evitare i lapidei proiettili. Quella stessa mattina Bruno gli aveva centrato lo zigomo destro e adesso il volto di Paolino era gonfio e ricoperto di sangue.
Ogni giorno Paolino pregava il Signore, perché qualcuno lo trovasse. I Carabinieri, la Polizia, la gente del paese, chiunque!
Forse la televisione ne avrebbe parlato…
Ma le ore passavano e dall'ingresso del buco, lassù, passavano solamente uccelli, nuvole, stelle e la merdosa faccia di Bruno.
Aveva sete, Paolino. Sognava di scolarsi una bottiglia di Fanta o divorare il suo gelato preferito: la grande, corposa e unica Coppa Rica!

Soltanto all'indomani della sua cattura Paolino aveva scoperto il perché Bruno avesse fatto quella cosa orribile.
"La voce del grande gatto bianco mi ha detto che se stasera l'Italia vincerà la coppa del mondo, lui farà tornare in vita la mia mamma. A un patto però: devo diventare un uomo vincente e perché ciò accada devo eliminare un perdente… e chi meglio di uno stupido moccioso che corre lento come una lumaca?"
Era folle, completamente sballato. Paolino non sapeva niente di gatti bianchi e di voci in grado di ridonare la vita alla madre di un matto. Certo, come avrebbe potuto saperlo? La razionalità della sua mente non era in grado di concepire una follia del genere. Lui voleva solo tornare a casa, abbracciare mamma e papà e guardarsi la finale alla televisione.
"Mio padre mi troverà e quando mi avrà trovato vedrai quante bott…"
Paolino aveva cercato di minacciarlo e di rimando Bruno gli aveva tirato una pietra, centrandolo in pieno volto.
Il sangue ha un sapore schifoso!,pensò Paolino, rintanandosi in un angolo del buco.

Noi formiche sappiamo come muoverci. Ognuna di noi aspetta chi rimane indietro. Noi ti aspettiamo, anche se non sei capace di correre forte. I tuoi amici invece no!

Nella prigione sotterranea Paolino sentiva le macchine sfrecciare sulla strada, distante un paio di chilometri. A ogni rombo di motore lui sognava di saltarci sopra così da poter fuggire via, lontano da quell'inferno puzzolente. A volte, però, sentiva anche il sonoro gracchiare del televisore di Bruno e, durante la notte, anche i torbidi lamenti di quel pazzo. Paolino non era un bambino ingenuo, lui certe cose le sapeva. Paolino era sicuro di quello che Bruno faceva là dentro e non erano belle cose…

Ore 20, 30

Le note dell'inno di Mameli si librarono leggere nell'aria calda della sera. Gli eroi del mundial di Spagna si apprestavano a entrare sul terreno di gioco del monumentale stadio Santiago Bernabeu di Madrid, inconsapevoli che le loro gesta sportive avrebbero decretato la vita o la morte di un ragazzino di soli undici anni.
Laggiù nel buco, Paolino poteva sentire l'inconfondibile voce di Nando Martellini provenire da lassù, dal regno della merda, mentre Bruno il matto sedeva davanti alla televisione succhiando avidamente un ghiacciolo al limone.
Pronti… partiti! Ha inizio la finale del campionato del mondo!
La partita procedeva tra alti e bassi. A ogni sussulto del pubblico Paolino era attraversato da brividi di terrore. Quando l'arbitro decretò il calcio di rigore a favore dell'Italia, Paolino si inginocchiò a terra, pregando.
Parte Cabrini… rincorsa e… fuori! Fuori!
Paolino urlò dalla gioia. Era buffo che proprio lui - in quella sera - fosse l'unico Italiano a tifare Germania. Lui, che durante le partitelle organizzate al campetto della parrocchia, voleva sempre impersonare il suo grande idolo: Paolo Rossi. Certo, quando non era costretto a indossare i guanti da portiere… e questo accadeva almeno cinque volte su sei.
Bruno comparve all'improvviso sull'orlo del pozzo. "Tu devi stare zitto!" borbottò con estrema calma, scagliando nel buco un proiettile di pietra.
"Fammi uscire! Fammi Uscire!" strillò inutilmente Paolino.
Bruno scomparve e Paolino rimase lì con gli occhi colmi di lacrime e il moccio che gli scendeva lento sulla bocca.
Perché il mio corpo non produce l'acido che ti riporta a casa? Perché non sono una formica?
Il primo tempo era terminato con un nulla di fatto: zero a zero.
Ci sono ancora speranze che io possa tornare da mamma e papà!, si disse Paolino. La mamma piange, mentre papà mi sta cercando. Stasera papà non guarda la partita, lui è in giro con i poliziotti a cercarmi e quando mi troverà, quando vedrà cosa mi ha fatto Bruno il matto, be'… quello stronzo avrà ciò che si merita!

Noi formiche ce ne andiamo, ma domani al sorgere del sole torneremo. Lo faremo tutte assieme e al tramonto tutte assieme ce ne andremo. Noi formiche siamo creature oneste e leali. I tuoi amici non lo sono stati! Perché non ti hanno aspettato? Loro sono furbi, veloci e molto cattivi. E pensare che li ritenevi grandi amici. Non eri forse tu che portavi sempre il pallone al campetto? Non eri tu che giocavi in porta, quando nessuno di loro ci voleva giocare? E questo succedeva cinque volte su sei! Tu sei un ragazzino buono, la mamma ti ha insegnato a esserlo! Gaspare Zanna e Pezza, i soli amici che avevi, non ti hanno aspettato. Per colpa loro tu morirai qui, lontano da casa in un buco nella terra.

Quando le urla assordanti del pubblico invasero l'aria rafferma della notte estiva, Paolino si mise a piangere. Paolo Rossi, in quel preciso istante, aveva posto la firma, del tutto involontaria, su una condanna a morte. D'accordo, mancavano ancora tanti minuti al termine e il tempo per rimediare non mancava, ma Paolino aveva paura, tanta paura e poi, come gli diceva sempre il papà, l'Italia era superiore alla Germania.
Paolino guardò il cielo stellato che attraversava l'orlo del pozzo e di colpo vide due piccoli occhi luminosi intenti a osservarlo. Era uno degli innumerevoli gatti di Bruno. Paolino odiava i gatti del matto. Forse, perché li riteneva complici del Bruno.
Marco Tardelli urlava a squarciagola vanamente rincorso dai compagni. Nessuno di loro sembrava essere in grado di fermarlo. La sua gioia era quella di un'intera nazione.
Italia-Germania: due a zero! Palla al centro…
Paolino sentì le urla della folla, amplificate dal vecchio Mivar di Bruno. Già, perché il bastardo un nuovo televisore non se lo era mai comprato. Ora le sue grida si mescolavano con il lento e ipnotico canto di grilli e cicale. Paolino si coprì le orecchie con le mani nel vano tentativo di isolare quello che era diventato un feroce mondo esterno. Mai, come in quel momento, Paolino desiderava tramutarsi in una formica così da poter risalire le pareti del pozzo e fuggire via, lontano da un regno che, col passare delle ore, si riempiva di merda.
Paolino tentò nuovamente di scalare le ripide pareti del pozzo. Salendo, incrociò lo sguardo sospettoso di un altro dei gatti di Bruno. Il bimbo fece poca strada, prima di precipitare a terra, picchiando violentemente la schiena sul terreno fangoso. Paolino sputò un denso fiotto di sangue e si mise a piangere. Pianse forte, ma oltre al gatto curioso che se ne restava fermo lassù, nessun altro udì quel pianto innocente.
La gente avrebbe fatto festa per tutta la notte. I suoi amici sarebbero scesi per la strada agitando la bandiera dell'Italia, intonando i cori che lui sentiva sempre a novantesimo minuto. Ma quella sera, la sera del Mundial, nessuno avrebbe pensato a lui...
Noi formiche ricordiamo… i tuoi amici no!

Alessandro 'spillo' Altobelli segnò il terzo gol, e le urla provenienti dal televisore di Bruno gettarono Paolino nel panico. È finita! Tre gol non si recuperano neanche al campetto della chiesa!

Paolino piagnucolava, mentre con le poche forze rimastegli cercava invano di scalare il pozzo. Cadde per l'ennesima volta e per l'ennesima volta sputò grumi di sangue. A quel punto non gli rimase altro da fare che aspettare la fine. Di lì a poco Bruno sarebbe arrivato e Dio solo sapeva quale crudeltà avrebbe partorito quella mente malata.
"Merda!" imprecò Bruno. La Germania aveva appena segnato il classico gol della bandiera, ma a Paolino l'eco di quella bestemmia non fece né caldo né freddo: era finita comunque…
Noi formiche torneremo con il nostro acido! Le formiche sono tue amiche… i tuoi amici no!

Le parole cariche di emozione di Nando Martellini risuonarono nel buio della notte: campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo! Alle orecchie di Paolino quelle stesse parole si tramutarono in una terribile sentenza: sei morto, sei morto, sei morto!
Paolino attese. Altro non poteva fare.

Le formiche sono tue amiche, i tuoi amici no!

Improvvisamente fu investito da un liquido freddo. Paolino, sempre più spaventato, cercò di ripararsi il volto con le mani, ma quella roba gli bruciava gli occhi. Poi, passandosi la lingua sulle labbra, riconobbe il sapore del liquido: era vino!
A quel punto volse il capo verso l'alto e lassù, sull'orlo del pozzo, vide la pingue figura del suo carnefice. Bruno era lì. In una mano reggeva una bottiglia capovolta, mentre nell'altra stringeva una seconda bottiglia vuota. Paolino non si era accorto che Bruno il matto era completamente ubriaco. La gioia per la vittoria dell'Italia, grazie alla quale la sua immaginaria divinità felina gli avrebbe ridonato la madre morta, lo aveva spinto a scolarsi mezza cantina.
"Oggi è un gran giorno, perché quando ti avrò ucciso il gatto bianco farà tornare la mia mamma!"
Paolino raccolse una pietra e provò a tirarla verso l'alto con l'intento di colpire quel ciccione bastardo, ma ogni tentativo si rivelò vano. Bruno, accortosi che la bottiglia era vuota, se ne andò.
Paolino rimase col naso all'insù, aspettando...
Bruno si sporse nuovamente sull'orlo del pozzo, ma nello stato in cui versava non si accorse di commettere un errore. Mise un piede in fallo e cadde pesantemente all'interno del pozzo, atterrando a pochi centimetri da Paolino. Per alcuni istanti non accadde niente. Vittima e carnefice si scambiarono sguardi increduli. A quel punto Paolino raccolse una pietra e senza pensarci due volte lo colpì alla testa.
Tu non sei come le formiche… tu non hai l'acido che può salvarti dai ragni…
Paolino lo colpì con tutta la forza che aveva: una volta, due, tre. Poi, certo di averlo finalmente ucciso, si sedette contro la parete del pozzo e rimase lì, a fissare il corpo inerme del matto.
In lontananza si udivano i suoni di clacson festosi. L'Italia era campione del mondo e si doveva festeggiare...
Quando una settimana dopo, il maresciallo dei Carabinieri della stazione locale si affacciò sull'orlo del pozzo, l'anziano sott'ufficiale non seppe trattenersi dal vomitare. Nessuno sarebbe stato in grado di descrivere ciò che i suoi occhi avevano visto. Paolino era seduto accanto a un ammasso informe di carne putrescente, sommersa da nugoli brulicanti di formiche. Dalla sua bocca, imbrattata di sangue raffermo, fuoriuscivano sciami di piccole creature che sgambettavano in ogni direzione. Dal fondo del buco saliva un lezzo insopportabile. Laggiù sembrava aver preso forma una vomitevole rappresentazione della morte, in mezzo alla quale, Paolino giaceva immobile. Sul volto gli era comparso un dolce sorriso, quasi a dire che lui, un bambino di soli undici anni, era contento di trovarsi lì, felice di essere diventato amico delle formiche.
Poche persone, al di fuori del medico legale, avrebbero potuto affermare con sicurezza che quella poltiglia carnosa un tempo era stato un essere umano. Per l'intera giornata la zona fu transennata e i giornalisti tenuti alla larga. La polizia mortuaria raccolse con un badile i poveri resti di Bruno Bazzani. Paolino fu portato via con un'autoambulanza. Il seguente esame autoptico, eseguito sul materiale rinvenuto nel pozzo, confermò ogni sospetto. Sezioni di carne rosicchiata, ossa mostranti tracce di raschiamento prodotto da denti umani, non lasciavano dubbi: Paolino si era cibato di Bruno.
Nulla va sprecato, gli avevano detto le formiche…

Luca Zanetti, detto Zanna, pagò la birra e si sedette al video-poker. Inserì dieci euro nella macchina e riprese a giocare. Di colpo una mano gli si posò sulla spalla. "Paolino? Non ci posso credere ! Sei tornato in paese?" esclamò Zanna.
"Ho avuto una buona offerta di lavoro e così ho deciso di tornare a casa. Sai, mi sono mancati questi luoghi…" gli rispose Paolino, sorridendo.
"Quando gli altri lo sapranno non vorranno credermi!" continuò Zanna, dimenticandosi della partita al video-poker. "Posso offrirti una birra?"
"No, ti ringrazio. Sono venuto a dirti che stasera ti aspetto a casa mia per festeggiare i vecchi tempi. Gli altri due li ho già sentiti al cellulare e mi hanno detto che vengono con piacere. Tu che fai?"
Zanna non riusciva a spiegarselo, ma gli occhi dell'amico brillavano di una luce fredda.
Dopo il fatto non si erano più visti. La famiglia di Paolino aveva dovuto lasciare il paese, perché certe cose in provincia ti distruggono la vita. Ma Zanna pensò: "Glielo dobbiamo, cavolo. Quel ragazzo ha vissuto un incubo terribile, e forse è stata anche un po' colpa nostra."
"Certo, vecchio mio!" rispose. "Questa rimpatriata farà bene a tutti quanti! Dimmi a che ora ci vediamo?"
"Alle nove qui al bar. Aspettiamo Gaspare e Pezza, poi andiamo tutti da me… così ci guardiamo la partita dell'Italia sulla mia nuova televisione, che ne dici?"
"Fantastico!" esclamò Zanna, osservando l'amico che se ne usciva dal bar con un bel sorriso sulle labbra. Era felice Luca Zanetti, felice di vedere che il bambino che si era mangiato Bruno il matto era tornato a nuova vita.
Nessuno degli avventori fu in grado di udire le parole sibilate da quel ragazzo, fermo sulla soglia del locale. Un tipo dal colorito pallido, intento a fissare il Zanna immerso di nuovo nella sua diavoleria mangia soldi.
Le formiche hanno l'acido… i miei amici no! Le formiche hanno fame, aspettano e io sono amico delle formiche… Io sono formica e nulla va sprecato!

 
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