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Luoghi comuni Print
di Giorgio Fontana   

1. Credenziali

Mi chiamo Yuri Lentini.
Ho ventiquattro anni, sono laureato in Filosofia, vivo a Milano e ho scritto due romanzi.
Se c'è una cosa che detesto, sono i luoghi comuni.

2. Tre cose che odiavo

Alla fine di agosto ero disoccupato - l'espressione giusta è sfaccendato - e vagabondavo per la città senza un'idea. Più che altro, tiravo avanti a colpi di birre medie. Mio padre mi chiedeva regolarmente se ci fossero novità. A cena, era sempre la solita tiritera. E come sapete, io odio i luoghi comuni, e questo era un altro luogo comune.
A tirarmi fuori dai guai ci pensò Alberto, come al solito. Alberto è il mio migliore amico. Ci siamo conosciuti durante un corso di Teoretica. Fin dal primo minuto avevamo stabilito una specie di rapporto fraterno, in cui lui - pur essendo più giovane di me - era indubitabilmente il fratello maggiore. Non che ci volesse molto, considerata la mia personalità.
Ci trovammo in un pub in Piazza Diaz. Lui era appena tornato da un viaggio in Grecia con sua moglie. Aveva ventidue anni, ma era già sposato. Questo per farvi capire che tipo è Alberto. All'epoca studiava ancora e stava preparando gli ultimi esami.
Dopo dieci minuti di cordialità da bar, baci e abbracci, gli spiegai la mia situazione. Credo assunsi un tono abbastanza disperato. Mi viene bene, il tono disperato. Ordinai anche un'altra birra per sottolinearlo. Gli parlai di mio padre e tutto il resto. Alla fine del discorso lui si carezzava la barba in silenzio.
"Okay, forse ho quello che fa per te", disse poi.
"Cioè?"
"Ho un gancio in un liceo privato. Cercano professori di materie umanistiche. Se tutto va bene, potresti iniziare anche subito."
Aprii la bocca. Non poteva essere vero. Ma Alberto è sempre stato quello delle risorse impreviste. Ogni volta che avevo un problema, lui tirava fuori dal cappello al cilindro la soluzione.
"Okay”, dissi. “Dov'è il trucco?"
"È una scuola di suore."
"Suore? Gesù, Albe, lo sai che io…"
Alzò una mano. L'altra la teneva ferma sulla pinta.
"Senti", mormorò. "Non sei nelle condizioni per fare lo schizzinoso. E poi è un istituto abbastanza laico. Nessuno ti chiederà di recitare l'avemaria prima di entrare in classe."
"Neanche dopo?"
"Neanche dopo. Mia suocera conosce la rettrice dell'istituto, suor Adele Osberti. Ora torno a casa, e…"
"Osberti?", lo interruppi. "Non mi è nuovo."
È una famiglia nobile. Sono stati conti di Carate Brianza."
"Ah, sì, sì... Il monografico di Numismatica dell'anno scorso. L'ultimo esame prima della laurea. Dio, sembra che sia passato un secolo… Le zecche minori nell'alta Lombardia."
"Va bene, va bene, non è importante. Dicevo: ora torno a casa, chiamo Anna, e vedo di combinarti un appuntamento in settimana. Tipo dopodomani, diciamo. Poi dovrai sbrigartela tu. Non sarà un posto da sogno, ma è meglio che servire da McDonald's."
Anna era sua moglie.
Cosa potevo fare? Dissi che andava bene. Anzi, che andava benissimo. In tutta sincerità, la prospettiva non mi stimolava molto. Sapevo che in istituti del genere ci andavano a finire i peggio elementi della Milano bene, e se c'è una cosa che io odio - a parte i luoghi comuni, ovviamente - sono i giovani della Milano bene.
"Beh, Albe, non so come ringraziarti", dissi.
"Non ti preoccupare", fece lui. Era sempre così: non ti preoccupare.
"Sono ancora in debito con te."
"Piantala. Piuttosto", ribadì: "piuttosto, Yuri", aggiunse, "vedi di non rovinare tutto come di tuo solito, d'accordo?"
Tentai una faccia sbalordita.
"In che senso?", dissi.
"Sai benissimo in che senso. È da quando ti conosco che mi sembra che tu faccia di tutto per essere infelice. Per metterti i bastoni fra le ruote e avere qualcosa di cui lamentarti. Ne abbiamo già parlato, quindi non voglio star qui a ricominciare un discorso. Soltanto, non rovinare tutto come sempre."
Aveva ragione. In un certo senso, anche quello era un luogo comune, ma riguardava me stesso ed era profondamente vero.
E all'epoca come ora, la terza cosa che odiavo di più era senz'altro me stesso.


3. Accordi preliminari
Alberto mi telefonò mercoledì sera. Stavo mangiando con Roberta in Viale Monza, non lontano da dove abito. La nostra pizzeria preferita, gestita da soli egiziani. Lei mi stava parlando del suo ex. Sempre mi parlava dei suoi ex. A metà della terza fetta, squillò il cellulare.
"Va bene, ho parlato direttamente con suor Adele."
Cercai di prendere un'aria professionale.
"Magnifico. Quindi?"
"Domani alle dieci in istituto."
"Cazzo! Già domani?"
"Volevi aspettare Natale?"
"No, è che non mi aspettavo una simile fretta. Nel senso… Non mi sento pronto, il mondo mi sta cambiando attorno con la velocità di un razzo."
"Yuri", disse lui paziente. "Fra una settimana cominciano le scuole. Vedi tu."
"Chi è?", chiese Roberta.
"Già", dissi io, e scossi la testa nella sua direzione, come per dire niente, niente. "Già, già, giusto. Quindi domani alle dieci."
"Esatto."
"Per pura curiosità: dov'è questo istituto e come si chiama?"
"Ah, già, non te l'ho ancora detto. Istituto Santa Tecla. In Via Santa Maria alla Porta. Di fianco a Cordusio, hai presente?"
"Tutte sante, insomma.”
“Hai presente o no?”
“Sì, sì, non ti preoccupare."
E intanto pensavo: pieno centro. Una scuola così in centro non può che essere frequentata da figli di papà. Non posso farcela. Non ce la farò mai. Loro e le loro Porsche. Loro e il loro essere vincenti.
"Benissimo", sorrisi. "Chiedo di suor Carminia Osberti."
"Suor Adele."
"Sì, suor Adele, scusa."
"Sii molto serio e vestiti bene. Parlale della tua tesi anche se non capirà niente. Mostrati preparato su tutto e ben disposto verso le angherie. Se puoi, cerca però di fare anche un po' il prezioso, quello che la sa lunga."
"Sì". Non ci avevo capito niente.
"E soprattutto, mi raccomando. Mi raccomando, mi raccomando, mi raccomando."
"Tranquillo", ribadii. "E grazie ancora."

4. Intermezzo
1403. I conti Osberti di Carate ricevono per decreto del ducato di Milano la possibilità di battere moneta propria, in circolazione circoscritta ai loro territori e per tempo limitato. Le origini e le ragioni di questa concessione sono ancora oscure. Si sa per certo che da tempo gli Osberti cercavano di imporre una zecca a Carate per ragioni sia di dazi, sia d'incremento di prestigio. Probabilmente, il gioco del ducato era di illuderli per poi punirli nel giro di poco tempo. Con la crisi dovuta alla peste e alla morte della duchessa Caterina, Carate mantenne di fatto intatta la sua concessione fino al 1451, quando venne revocata definitivamente da Francesco Sforza. Questo e altri fatti contribuirono alla caduta del contado, già peraltro in declino da tempo.
I pezzi degli Osberti sono di grande rarità e oggetto di culto per i collezionisti del campo tardomedievale.

5. Antefatti

L'ufficio di suor Adele Osberti era immerso in un semibuio cinematografico. L'atmosfera ideale per certi film francesi di metà anni Cinquanta. Un silenzio perfetto: non totale, non astratto, ma sottolineato quel tanto che bastava dal ticchettio di un orologio, da un foglio smosso.
Mi aveva fatto accomodare con un sorriso bellissimo. Senza una sola traccia di disonestà o cattiveria. Pensai che prima di dirigere quell'istituto fosse andata in missione in Africa. Solo in posti come l'Africa si può imparare a sorridere così.
Faceva un gran caldo e io ero in giacca e cravatta. All'andata in metro, nel nostro vagone, c'era un ragazzo malato di AIDS che chiedeva la carità. Aveva le braccia piene di punti rossi e camminava sbilenco. Nessuno lo guardò né gli diede una moneta. Mentre aprivano le porte, gridò: "Ai vostri figli dovrebbe succedere! Poi vediamo se non aprite la borsa!" Avrei voluto parlarne con suor Adele. Dovevamo fargli l'elemosina? Ma se l'avesse usata per farsi del male? Cosa diceva il Vangelo al riguardo?
Mi guardai attorno e sentii le palpebre che cadevano, e d'improvviso mi venne una gran voglia di ridere. Suor Adele stava finendo una telefonata urgentissima, mi scusi, e io volevo ridere.

6. Il colloquio (1)
Suor Adele mise giù il telefono e sospirò.
Di qui in poi, non sono più responsabile di ciò che uscì dalla mia bocca.
"Mi scusi", disse lei. Ancora quel sorriso.
"Prego", dissi io. Coi miei occhi senz'altro iniettati di sangue.
"Dunque. Lei è il dottor Lentini."
"Ingegner Lentini", la corressi.
Fece una faccia mezza sbalordita. Una faccia fantastica. Non so come feci a trattenermi.
"Come, ingegnere? Mi è stato detto che è laureato in Filosofia."
"Appunto", annuii. "Ingegnere in Filosofia."
"Non la seguo."
"C'è stata una riforma, sa? Non stiamo più dietro a tutte queste convenzioni. Nomi, titoli… Retaggio di una cultura passatista. Ora ci sono i livelli. Primo e secondo livello. E gli ingegneri."
Spalancò gli occhi e la bocca. Già a questo punto, si trovava a un bivio. Mandarmi fuori a calci direttamente, o far finta di niente. Decise di far finta di niente.
E io? Cavaliere come sempre, mi adeguai alla sua decisione.
"Non credo di aver capito, ma non è importante", tagliò corto. "Laureato in Filosofia con centodieci e lode. Il titolo della tesi…" Fece scorrere un indice sul foglio. "Note sulla teoria degli universali di Armstrong. Sembra interessante."
"Altroché."
"Purtroppo sono del tutto ignorante al riguardo."
"Chi non lo è? La questione degli universali è di una vastità impressionante. Tutti ci sentiamo piccoli, di fronte al problema degli universali."
"Già", annuì lei, sempre poco convinta.
Annuii anch'io.
Riprese a sfogliare il mio curriculum. Sfogliare non è molto esatto, essendo composto da sole due pagine, ma tant'è. Le girava e le rigirava, come alla ricerca di qualcosa. Un senso, magari. O qualcosa di più semplice e a lei più congeniale di cui discutere.
Fu a quel punto che lo dissi. Avrei potuto inventarmi ogni sorta di stupidaggine. Improvvisare un attacco di cuore, fingere di aver dimenticato la mia lingua madre, simulare una schizofrenia su due piedi. Invece dissi, semplicemente:
"Si batte moneta, eh?"
Alzò quello sguardo ancora stupefatto.
"Prego?"

7. Flashback
Il punto è che ero ubriaco.
Già. Sbronzo perso.
Un luogo comune, per uno come me.
Era inutile. Non ce la facevo. Non ce l'avrei mai fatta. Come il ragazzo che avevo incontrato sulla metro. Stesso discorso. Potevano offrirmi tutte le opportunità che volevano - Alberto, mio padre, Dio in persona - ma io ero soltanto capace di rovinarle.
Non era autocommiserazione. Non una lacrima mi scendeva quando pensavo a queste cose. Era semplicemente la verità. Per me era incredibilmente più facile distruggere la mia vita, buttare al vento i miei talenti. A un certo punto uno deve prenderne pure atto. Farsene una ragione.
Un'ora prima del colloquio ero già in Cordusio. Non sapendo come ingannare il tempo, avevo deciso di fare colazione. Cercai una specie di pub. Detesto i bar. Li brucerei tutti, dal primo all'ultimo. Fosse per me vivrei nei pub. Girai un po' e ne trovai uno appena decente. Mi sedetti e ordinai un caffè e una brioche. Ma non avevo fame. Assolutamente. La tensione mi mordeva lo stomaco e anche solo l'idea di addentare quel croissant mi sembrava folle.
Di lì a ordinare una Kilkenny, il passo fu molto più facile di quanto si possa credere.
Il barista me la portò sul tavolo con fare sprezzante - chi può ordinare una birra alle nove di mattina? - e col bicchiere ancora in preda alla spuma che risaliva. L'aveva appena spillata, era tutta bianca e in movimento.
"Mi sembra di aver chiesto una birra", dissi. "Non un irish coffee."
Mi ignorò del tutto. Baristi. Una razza quasi peggio dei giovani bene. La finii d'un sorso. Ero molto assetato. Poi mi guardai intorno. La gente mi fissava, e io mi sentivo a disagio.
A quel punto, il passo da lì a ordinare un negroni fu ancora più facile.
E il terzo bicchiere, come sempre, venne da sé. Anche perché ero già brillo.
Ora, non chiedetevi le ragioni di tutto questo. Sono solo luoghi comuni, come tutto. Quando uno è inadatto alla vita, è inadatto e basta, senza tante magagne.

8. Il colloquio (2)
"La sua famiglia", dissi. "Gli Osberti. Monetavano alla grande, laggiù nel Quattrocento."
"Che c'entra questo con il colloquio?", disse lei. Stava perdendo la pazienza.
"Nel 1403, i conti Osberti…"
"Senta, siamo qui per parlare di lei e della sua formazione. Se continua a interrompermi con delle questioni futili, come facciamo ad andare avanti? Le pare?" Sorrise ancora. Dolcissima. "Sì, sono di famiglia nobile, gli Osberti, esatto. Vedo che lei ha delle ottime conoscenze anche in storia medievale. Me ne compiaccio. Ma non è importante, ripeto."
Ammirevole. Cercava in ogni modo di rimettermi in pista. Non so cosa doveva averle detto Alberto - forse l'aveva prevenuta che ero un pazzo - ma stava funzionando.
Ovviamente, mi impegnai più a fondo per mandare tutto all'aria.
"Mi scusi lei", dissi, alzando un dito con fare significativo. "Ma la questione è tutt'altro che poco importante."
Vi risparmio il resto. Dico solo che la commedia non durò più di altri cinque minuti. Poi la sbronza cominciò a calarmi quel tanto che basta da farmi salire un briciolo di razionalità, un minimo di vergogna, e una sorta di schifo tremendo verso me stesso. Suor Adele non cercò neanche più di replicare. Si sorbì la mia dissertazione numismatica sugli Osberti in silenzio, serissima. A questo punto, mentre io riacquistavo lucidità e le parole mi morivano in bocca - forse avevo cercato persino di farle scivolare verso la mia tesi, con un'improbabile serie di agganci - per la reverenda madre si ripresentava il problema di prima.
Sbattermi fuori?
Oppure darmi ancora una chance?

9. Colpo di scena
Bravi!
Avete sbagliato.
Suor Adele chiamò al telefono interno un certo Antonio. La porta si aprì alle mie spalle. Mi voltai: una specie di gorilla vestito da bidello, con la faccia più simile a un coguaro che a un essere umano, avanzava a passi cadenzati verso di me.
"Antonio l'accompagnerà fuori, dottor Lentini" disse lei. "Anzi, ingegnere, scusi."
"Ma… E il colloquio?"
"Il colloquio è finito."
"Ma come? Quindi non se ne fa niente?"
"Prego, Antonio."
Mi prese per un braccio e mi tirò fuori. Quasi facendomi scivolare coi tacchi sul parquet. Uscivo di scena così, come un vagabondo in una rissa, mentre nel semibuio suor Adele ricominciava a telefonare o scartabellare fogli e foglietti.

10. Epilogo
C'è un lieto fine.
Grazie ai sovrani sbattimenti di Alberto e di sua suocera, riuscii a ripresentarmi, stavolta in condizioni molto più decorose, di fronte a suor Adele. Parlammo di filosofia, teologia, e letteratura: scoprii che era una grande appassionata di Dostoevskij, uno spirito aperto e una persona deliziosa. Mi scusai per la "crisi di nervi" dell'altra volta, dovuta sicuramente alla recente scomparsa di mio nonno - il quale, naturalmente, era ancora vivo e vegeto.
Per farla breve, fui preso a insegnare per la cattedra di Storia e Filosofia. Venti ore a settimana, uno stipendio netto che avrebbe fatto invidia a quello di un giovane manager. Potevo dirmi felice. Mio padre era al settimo cielo. Roberta, Alberto, persino Sara - la tipa che mi facevo all'epoca - erano tutti contenti per me. Col primo stipendio pagai una gran cena collettiva, e cominciai a guardarmi intorno per un affitto in centro.
Durai due mesi.
Alla fine di ottobre un ragazzo della quarta A mi disse che coi barboni come me lui non ci parlava, e che a lui non gliene fregava un cazzo di Plotino e compagnia bella, perché tanto nella vita non serviva a niente, lui i soldi li aveva già e un lavoro per il futuro pure, figurati se stava lì ad ascoltare uno sfigato così che chissà quante seghe si faceva la sera davanti ai suoi libri di…
Gli arrivò un Abbagnano-Fornero sulla tempia. Di spigolo. Era interrogato e di fianco alla cattedra. Solo un idiota avrebbe sbagliato.
Casini inenarrabili, denunce, di tutto. Riuscii a cavarmela per un soffio, ma ero di nuovo disoccupato.
Dal fattaccio è passato poco più di un mese e mezzo. Ora lavoro part-time come telefonista, e non mi interesso più né di filosofia, né di numismatica. Gli Osberti non ricordo neanche più chi siano. Nei tempi morti vado sempre a prendere una birra con Alberto, sempre al solito posto. Lui sta bene, è ancora lì in università, è sposato, vive da solo. E ha un anno in meno di me.
A volte lo guardo e mi sento un cretino, un essere inferiore, da schiacciare.
Altre volte penso che è soltanto questione di gusti, e che in fondo a me piace la vita così, la vita fatta a tocchi e infelice, a scrivere e lamentarsi, una vita amarognola come la birra irlandese.
In qualsiasi modo la vediate, però, resta sempre un luogo comune.
E quindi, meritevole del mio odio.
 
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